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Rumiz Day – “I centomila di Redipuglia” letto da Roberta Biagiarelli

11 settembre 2013

Una sala ipogea gremita ha accolto l’incontro dedicato alla Prima Guerra Mondiale che si è svolto martedì 10 settembre alla Mediateca Montanari di Fano. Storie private, racconti e leggende tramandate dai custodi della memoria del più grande conflitto armato tra il 1914 ed il 1918. Alla vigilia del centenario, appassionati di storia, curiosi, giovani studenti e persone con vicende personali legate alla Grande Guerra si sono incontrate alla Memo per ripercorrere alcuni degli avvenimenti più significativi della Prima Guerra Mondiale, accompagnati dalle immagini tratte dal DVD “L’albero tra le trincee – Paolo Rumiz nei luoghi della Grande Guerra” (in edicola con Repubblica) del regista Alessandro Scillitani che ha partecipato all’incontro, svelando alcuni retroscena del lavoro svolto insieme al noto giornalista e scrittore Paolo Rumiz

Durante il “Rumiz Day”, curato da Ettore Marini, è intervenuto lo storico Paride Dobloni e sono stati letti alcuni brani dagli attori Roberta Biagiarelli e Claudio Tombini.
Di seguito riportiamo il brano “I centomila di Redipuglia” letto da Roberta Biagiarelli ed il relativo video: http://www.youtube.com/watch?v=wTq-ZCfIi0U

Non so cosa mi prese quella sera di maggio che la Luna uscì. Una Luna immensa di cartapesta, con latrare di cani e un’aria calda, sensuale. Fu anche l’ultima Luna, perché il giorno seguente cominciarono i temporali e il cielo si chiuse per settimane. Ricordo che guardai distrattamente l’orologio e vidi scritto 24. Era il ventiquattro di maggio e tutto mormorava. Trieste, il Carso, le lenzuola stese, le bluse delle donne, le alberature delle vele. Così pensai a Redipuglia, e mi venne voglia di andare a trovare i Centomila. Da solo, senza fanfare, turisti e delegazioni militari.

Nel pomeriggio ero stato a un funerale ebraico e tutto mi aveva rasserenato in quella piccola città dei morti. Il chiacchiericcio, il profumo dei fiori, i vestiti informali, la monotonia di una preghiera che si ripeteva identica da millenni, le palate di terra: tutto diceva la naturalità del trapasso. Tra noi e quelli dall’altra parte c’era un sipario trasparente. Anche per questo pensai all’Armata- ombra, quando vidi l’ultima Luna. Si avvicinava il centenario della Grande Guerra ed era tempo che restassi solo con quei ragazzi, prima delle celebrazioni.

Una trepidazione inattesa mi colse quando arrivai là sotto con l’ultima luce e il Pianeta si posò sul Monte Sei Busi dietro i cipressi-guardiani. Passava un’auto ogni tanto, lontano si sentivano le voci della pianura — grilli, discoteche, treni — e io ero assolutamente solo davanti ai gradoni di un’astronave inclinata verso le stelle (le tre croci illuminate in cima erano stelle anch’esse) a chiedermi come mai, a 65 anni, mi avvicinassi a quel dislivello col tremore di una recluta. La densità di morti lì intorno era forse più alta che sul fronte francese. Fra italiani e austriaci, più di quattrocentomila in uno spazio ridicolo. La rappresentazione dell’assurdo.

Ma non era questo che sgomentava. Forse, pensai, era la mia stessa età, l’aver vissuto il triplo di quei ragazzi andati in guerra con in bocca ancora la ninnananna delle loro madri. L’avere due figli che, in quel conflitto, sarebbero già stati veterani. Oppure quei gradoni, tremenda rappresentazione altimetrica di una guerra tutta in salita, sotto il tiro di un nemico sempre dominante. O forse la contiguità dell’ecatombe con la quotidianità dei vivi, i racconti della nonna che dalle rive di Trieste guardava a quei cannoneggiamenti come al “cinematografo”, rappresentazione pirotecnica dell’inconcepibile.

Mormoravo: dove siete, figli della durezza, della fame e dell’emigrazione. Datemi un segno, voi che siete stati ingranaggi di una macchina spietata, operai e contadini obbligati a obbedire a ordini talvolta incomprensibili o deliranti, eppure portatori di un senso del dovere oscuro, antico e austero che oggi l’Italia più non conosce. Su ciascuno dei ventidue gradoni c’era scritto “Presente”, ripetuto come salve di fucileria, ma nessuno mi rispondeva. Quei morti non abitavano più il tempo, come quelli al cimitero ebraico. Erano fuori, in un cielo freddo. Provai a cantare Sento il fischio del vapore, l’è il mio amore che va via. Niente. Regnava su tutto una formidabile assenza. Unico segno, il lampo nero di un cane dietro il sarcofago del Duca d’Aosta, magro e immateriale come lo sciacallo Anubi, il dio delle tombe degli Egizi.

Rivedo il film. La pianura che si dilata man mano che si sale. Le luci di Aquileia, il rombo dell’autostrada, il Monaco-Trieste che scende lentissimo verso la torre di controllo. Le retrovie italiane perfettamente leggibili. I due fari giallini alla base della spianata che allungano la mia ombra, gradone dopo gradone, l’ombra di un uomo solo che cammina, surreale, come tra i vuoti colonnati di un De Chirico. La luce azzurra della Luna che lentamente prevale su quella artificiale e bagna lettere cubitali incise su pietra. Morti, gloria, invitti. Cospetto di quel Carso che vide.

Che notte, il richiamo della vita è tremendo, come nel plenilunio di Ungaretti, come quella sua notte in trincea lì a due passi sull’Isonzo, accanto a un commilitone ucciso che digrigna alle stelle. La vita chiama con odore di rosmarino e vento tiepido, ma loro non rispondono, perché Redipuglia non è un cimitero. Fu, anzi, costruita come antitesi al cimitero. Uno schieramento di morti, la sacralizzazione della guerra. Un oggetto siderale, cui è tolto il contatto con la terra madre. Solo pietra avrai attorno, soldato. Non porterai sulla tua tomba nessuna data e nessun nome di luogo. Ti basti il grado e il battaglione.

Pietra levigata, senza niente per mettere un fiore. Anche il dolore per il singolo Caduto ti è negato. Qui si piange per altro: lo sgomento per l’indicibile, la morte anonima. Rileggo gli appunti. Ossa senza pace, traslocate non una ma tre, quattro volte: la trincea, poi i piccoli camposanti dietro le linee, poi i cimiteri di guerra, poi gli ossari, inventari di resti già sterilizzati, ripuliti come ciottoli di fiume. Redipuglia stessa, rifatta tre volte, in un traffico di ossa durato vent’anni, per celebrare un impero. «Dammi un fiasco di rosso» direbbero se potessero parlare. Non ne possono più dei custodi dei sacelli, dei ruffiani e imboscati che tengono discorsi, gli stessi arroganti che consentirono Caporetto e oggi affondano l’Italia. Vorrebbero tornare alla terra, in piccoli cimiteri, magari simili a quelli dei Vinti, che la storia esonera dall’obbligo della retorica.

La cima, le croci, qualche ulivo, l’odore violento del Carso, una cripta di marmo nero, la lapide dell’inaugurazione con Mussolini, 13 settembre 1938. Sredipolje che diventa Redipuia per i veneti, poi Redipuglia, infine “Re di Puglia” stampigliato sugli infradito cinesi in vendita. Erbacce, pietre sbilenche. Una volta l’esercito di leva sistemava questi luoghi, oggi quello professionale se ne fotte, ignora la sua stessa memoria. «Non è questa l’Italia per cui combatterono», scrissi sul notes la notte dell’ultima Luna. Fu lì che sentii il dovere di andare, lontano, a cercare la storia di quei ragazzi. Sul fronte.

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